Questo è uno dei meccanismi che più sono in grado di distruggere le relazioni, e di lasciare la persona sbigottita, del tipo “ma che è successo?”
Ecco quello che succede, nudo e crudo:
• entri in trance (congelamento)
• ti ritrai dalla relazione senza accorgerti (magari dentro ti dici anche che sei innamoratə, che vuoi l’altro)
• l’altro non ha più appigli per “raggiungerti”
• piano piano smette di cercarti
• la relazione muore, a volte senza nemmeno grandi drammi
• quando ti svegli è troppo tardi e il dolore può essere devastante
Sono degli stati di trance inconsapevoli: vediamo come ti hanno salvato da bambino e come oggi sabotano le tue relazioni
Diciamolo subito, senza poesia: molti di noi hanno imparato a sparire.
Non fisicamente. Energeticamente, emotivamente, relazionalmente.
Quando eravamo bambini, davanti a qualcosa di troppo — troppo dolore, troppo caos, troppo silenzio, troppo freddo emotivo — il nostro sistema nervoso ha fatto l’unica cosa intelligente possibile: entrare in trance. Congelarsi. Scollegarsi. Fare finta di niente. Andarsene senza muoversi.
Non era spiritualità. Era sopravvivenza.
Il problema non è ciò che abbiamo fatto allora.
Il problema è che lo stiamo ancora facendo oggi, automaticamente, dentro relazioni adulte.
Che cos’è una trance relazionale (spoiler: non è una meditazione)?
Una trance è uno stato in cui non sei pienamente presente a ciò che senti, fai o scegli.
Avviene in modo rapido e invisibile: sorridi mentre dentro ti stai spegnendo, razionalizzi invece di sentire, ti chiudi senza accorgertene, diventi “forte”, “adultə”, “indipendente”… e molto solə.
Il corpo rallenta, l’emozione si appiattisce, il desiderio sparisce. Non perché non ci sia.
Ma perché una parte di te ha deciso che sentirlo è pericoloso.
Primo effetto collaterale (devastante): l’altro non vede un bambino, vede un adulto
Qui arriva il corto circuito.
Tu, dentro, stai vivendo una vecchia attivazione infantile: paura di perdere l’altro, di essere rifiutatə, di non contare.
Ma fuori ti presenti come una persona grande, composta, funzionante.
Risultato?
Chi hai davanti non sa ciò che ti sta succedendo davvero. Non vede il bambino spaventato.
Vede un adulto che:
– non parla
– si chiude
– diventa freddo o distante
– dice “va tutto bene” quando non è vero
E inevitabilmente si sente confuso, escluso o respinto. Non è cattiveria.
È incomunicabilità traumatica.
Secondo effetto (ancora più ironico): quelle strategie non hanno mai funzionato
Qui serve onestà brutale.
Quelle strategie — congelarti, adattarti, sparire —
non ti hanno mai dato ciò che volevi davvero, nemmeno da bambino.
Non ti hanno garantito amore sicuro.
Non ti hanno protetto dal dolore.
Non ti hanno fatto sentire vistə.
Al massimo hanno ridotto il danno (che comunque per l’epoca è un GRAN RISULTATO!)
E oggi?
Pretendere che funzionino nelle relazioni adulte è come usare un salvagente bucato e stupirsi di affogare.
Il partner non può incontrarti se non ci sei.
L’intimità non cresce dove il sistema nervoso è in modalità di “emergenza”.
Perché continuiamo a farlo, anche se ci fa soffrire?
Perché il corpo non ragiona in termini di presente.
Ragiona in termini di familiarità.
Se da piccoli l’amore era imprevedibile, distante o invadente, una relazione in cui riattivi lo stesso dolore oggi sembra “giusta” al tuo sistema nervoso.
Non perché lo sia. Ma perché è conosciuta.
E così ti ritrovi, puntualmente, nelle stesse dinamiche: tagli i fili del legame e ti disperi quando il filo si è rotto e l’altro si è oramai allontanato.
Il vero lavoro non è “controllarsi”, ma riconoscere il congelamento. Non si esce da una trance con la forza di volontà. Si esce accorgendosene.
Il passaggio cruciale è questo:
“Sto congelando. Non sto sbagliando. Mi sto proteggendo.”
Da lì può iniziare qualcosa di nuovo:
– imparo a sentire senza farmi travolgere
– rimango in contatto con l’altro anziché scappare
– distinguo, piano piano, il passato da ciò che sta accadendo ora.
Questo non ti rende fragile. Ti rende presente.
Uscire dalla trance significa diventare finalmente adulti.
Diventare adulti non vuol dire non avere paura.
Vuol dire restare quando la paura arriva.
Significa smettere di chiedere al partner di riparare un dolore che non conosce e iniziare a portare presenza invece di identificarti con le tue strategia di difesa.
È un allenamento.
È graduale.
Ed è l’unica strada che interrompe davvero il ripetersi delle stesse storie.
La buona notizia?
Quelle trance non sono un difetto di fabbrica.
Sono prova che sei sopravvissutə.
La notizia ancora migliore?
Non ti servono più.
Ora puoi scegliere qualcosa di diverso.
E il tuo corpo, se guidato con rispetto, impara velocemente.
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